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domenica 1 dicembre 2013

Martin Buber - Gog e Magog



"Ci vuole molto tempo prima che un uomo comprenda qual è il suo dovere - replicò l'Ebreo - I doveri glielo impediscono".

Com'è sempre divertente e interessante leggere un'antologia di "sacri aneddoti"! In questo caso la religione di riferimento è quella ebraica e non si tratta poi di una vera raccolta di racconti, perché gli episodi narrati nel libro hanno tra loro un legame e seguono un filo conduttore. Ma, in sostanza, vi si ritrovano tutti gli elementi tipici di questo genere narrativo: l'insegnamento religioso, l'aneddoto come esempio di vita, i consigli dei rabbini più anziani e dotti, una certa capacità di veggenza di alcuni saggi.
Uno degli scopi del lavoro di Buber (qui come in molti altri casi) è quello di rivalutare agli occhi della mistica ebraica, la corrente religiosa degli chassidim, di origine popolare e nata tra gli ebrei polacchi e nella Galizia nel XVIII secolo. Ma in questo testo più che in altri, Buber (forse in parte involontariamente) ricrea una vera epopea, narrata con lo sguardo e le parole di coloro che hanno conosciuto i protagonisti e hanno assistito personalmente a eventi più o meno straordinari e comunque degni di nota. "Fin da giovane - scrive Buber nella Nota all'edizione tedesca - cominciai a riesporre quanto mi sembrava essenziale dell'immenso tesoro di leggende chassidiche." Nella forma, appunto del "sacro aneddoto", cioè la "concatenazione di un avvenimento con una enunciazione". Anche qui si ritrova questa formula tradizionale, unitamente all'esposizione delle due correnti chassidiche dell'epoca: la prima, rappresentata in particolare dal "Veggente di Lublino", più dedita alla magia e ai riti misterici, l'altra, il cui principale esponente era il "Santo Ebreo" di Pzysha, contraria a ogni forma di magia e dedita solo alla ricerca della crescita interiore. Il Gog del paese di Magog del titolo, personaggio descritto da Ezechiele, alle cui guerre doveva seguire l'avvento del Messia, era dai primi identificato (le vicende si svolgono all'epoca delle guerre napoleoniche e della spartizione della Polonia) con la figura di Napoleone, mentre i seguaci del Santo Ebreo non condividevano questa spiegazione. E per sostenere le proprie tesi, entrambe le fazioni sceglievano episodi esemplari che potessero sostenere la propria causa. Buber riporta entrambe le voci, seguendone i fili e riportandone timori e speranze, dubbi e certezze e, soprattutto, le infinite, affascinanti disquisizioni di entrambe le parti.
Giustamente ripubblicato dopo molti anni, il volume ha il copyright della casa editrice Guanda, ma in realtà è un'edizione Neri Pozza.

Gog e Magog di Martin Buber
Titolo originale dell'opera: Gog und Magog

Traduzione di Silvia Heimpel-Colorni
301 pag., Lit. 29.000 - Edizioni Neri Pozza
ISBN 88-7305-704-7


L'autore
Martin Buber (Vienna 1878 - Gerusalemme 1965) è uno dei maggiori rappresentati del pensiero ebraico contemporaneo. I suoi scritti si dividono tra narrativa ed esegesi e in particolare vertono sulla cultura degli chassidim la corrente mistica ebraica di origine popolare nata nel XVIII secolo in Europa Orientale. Tra i libri editi in Italia: Discorsi sull'ebraismo, L'io e il tu, L'eclissi di Dio, La leggenda del Baal-Shem, Racconti chassidici, Le storie di Rabbi Nachman.


Le prime righe
IL VEGGENTE


La collina con il castello, a nord-est della città polacca di Lublino, una volta era circondata da pantani. Nessuno aveva mai pensato di stabilirsi su quel suolo inospitale. Circa quattro secoli fa venne in mente agli ebrei, occupati nel commercio a Lublino e ai quali era proibito abitare in città, di acquistare questi terreni. Intorno alla collina fu prosciugato un tratto dopo l'altro. A lato della Casa di preghiera e di studio si allinearono presto prima le abitazioni dei grandi, poi dei minori e infine quelle dei più piccoli ebrei. Esse si spinsero, si strinsero, si appiccicarono alla collina e infine l'antichissimo castello con torre e chiesa nelle sue solide mura merlate, si erse al di sopra di un fitto garbuglio di vicoli di ebrei, vicoletti di ebrei e botteghe di ebrei.
Se cammini lungo la strada principale di questa città di ebrei, la "Via Larga", giungi a una casa che dall'esterno non si distingue affatto dalle case vicine. Se però, dopo aver attraversato il corridoio stretto e semibuio, entri nel cortile intorno al quale, come tutte le altre, è costruita questa casa, ti trovi di fronte a una costruzione bassa ma spaziosa e ricoperta da un tetto di legno, e ti rendi conto subito, per via della lunga fila di grandi e tetre finestre, che non si tratta di una abitazione ma di un luogo di riunioni. Apri la porta e vedi una sala: le pareti sono macchiate e le travi del soffitto affumicate. Nella parte più grande della costruzione, al primo piano sopra al quale di innalza solo una soffitta, ha abitato, al tempo delle guerre napoleoniche, il Veggente, rabbi Jaqov Jizchaq, e la costruzione era il luogo della sua "clausura", dove, insieme ai suoi, pregava e studiava. Essi non partecipavano né al servizio divino né allo studio nella sinagoga principale: erano chassidim, "devoti" e, come per le altre numerose comunità chassidiche, strettamente raccolti intorno al loro perno, il rabbi. Allontanati dall'ordinamento ufficiale, dal quale essi stessi si mantenevano lontani, da questa distanza si battevano per conquistare le anime delle giovani generazioni.

© 1999, Ugo Guanda Editore

sabato 30 novembre 2013

Debora e Lappidot


Famiglie del libro dei Giudici segnate da grande violenza e da grande coraggio profetico: Debora e Lappidot, Giaele ed Eber ( Gdc 4-5)


Dice Origene: la sacra Scrittura è un mistero e richiede l'ispirazione della grazia divina. C'è una sentenza dell'apostolo Paolo che dice che ogni Scrittura ispirata da Dio è utile per insegnare, per correggere, per formare alla giustizia. Senza dubbio voi che ora avete ascoltato cercherete di capire cosa contenga questo passo della scrittura che professiamo ispirato da Dio? Altrimenti che ci serve leggere quel che è stato proclamato! Comprendiamo che tutte queste figure (Debora, Barak, Giaele che da sola ha fatto cadere il nemico del popolo di Dio, Sisara gettato a terra per la potenza del legno.. ) sono misteri che si compiono negli ultimi tempi mediante la Chiesa quando l'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte. Sarà allora che esulterà Debora, cioè risplenderà la gloria della profezia, allora Giaele-la Chiesa riporterà la vittoria sul nemico comune di tutti. Allora, se ne saremo degni, canteremo anche noi questo cantico denso di mistici e profetici sacramenti. (Origene, Omelie sui Giudici, passim) Con l'aiuto dello Spirito impariamo anche noi a leggere da cristiani il primo testamento!

Facciamo un tuffo indietro di tremila anni: una famiglia allargata
La storia che fa da contesto al nostro racconto, sono gli anni che seguono alla conquista della terra promessa da parte di Giosuè (1200-1040 a.C.). Le dodici tribù hanno occupato la terra ma, come ai nostri giorni, popoli diversi convivono vicinissimi agli ebrei: Amaleciti, Moabiti, Madianiti, Edomiti e soprattutto i Filistei! L'organizzazione delle famiglie è di tipo tribale. Prima della famiglia c'è il clan, un gruppo di famiglie al comando di uno sceicco: è la cellula della tribù e la tribù è membro della nazione. Clan e tribù sono nei rispettivi territori, più pastori che agricoltori,rari gli artigiani di professione. La voglia di federalismo tribale è forte, meno lo spirito unitario di nazione che si rafforza per istinto di sopravvivenza di fronte a minacce mortali, in genere guerre di nemici potenti ; per breve tempo i clan familiari rinunciano alla loro autonomia e a capo mettono un ‘giudice'. All'inizio erano gruppi di famiglie molto povere,avevano solo greggi, abitavano in tende, armi e strumenti rudimentali. Le città nemiche, conquistate o non, erano ricche, circondate di mura, dedite ai commerci . Le tribù si accamparono in poveri villaggi di terra e fango (ma per una famiglia ebrea tornare a casa si dirà sempre tornare alla propria tenda ed anche il Verbo di Dio nel prologo di Giovanni porrà la sua tenda tra di noi !) e di lì avanzavano verso le pianure più ricche. La famiglia imparò a lavorare i campi e avere grano, orzo, vite, ulivo. Fichi e palme offrivano dolci, ombra e ristoro. Siamo alle prese dunque con tutti i problemi concreti di una famiglia: economia, sviluppo, incertezza del futuro, un contesto sociale difficile e incerto.

Gruppi di famiglie che vivono in un mondo di ordinaria violenza
Famiglie allargate dunque, segnate da grandi violenze: guerre (di occupazione o di liberazione?), assassini crudeli, una vita molto dura. I popoli vicini specie i Filistei devastano i campi delle famiglie degli agricoltori ebrei e cercano di assoggettarli al proprio dominio. Tra i clan di famiglie, separatismi, gelosie, spirito di contesa. La religione in un Dio unico e l'arca dell'alleanza che stava ancora nella Tenda della Convocazione, sembra non bastino a costruire legami di solidarietà e di pace. Guerre interne ed esterne. Quando quel pomeriggio del '99 con tutta la parrocchia abbiamo attraversato la fertile pianura di Izreel e siamo saliti al monte Tabor per contemplare la trasfigurazione di Gesù, pochi di noi guardando dall'alto il panorama splendido della valle e del lago, abbiamo pensato a lei, a Deborah che accanto a Barak salvava Israele e le tribù di Zabulon e di Neftali sconfiggendo Sisara i suoi uomini in uno scenario di guerra di sterminio,con una crudeltà e violenza senza pari: diecimila (?) soldati morti e un generale tradito da una famiglia amica che si trasforma in assassina crudele.
 Se pensiamo però a tante realtà di famiglie del terzo e del quarto mondo, quelle del tempo dei Giudici le troveremo attuali dopo oltre tremila anni. Anche oggi milioni e milioni di famiglie sono segnate da tanta violenza in vari continenti specie in Africa con terribili guerre bibliche anche ai nostri giorni! Pensiamo solo alla guerra dell'Aids di cui ieri ha parlato il Santo Padre e a tutte le offese alla vita che ricorderemo domani, festa della Vita!

Storie di famiglie oppresse dentro, dal peccato
Come un ritornello si ripete che il popolo di Israele andò di nuovo contro la volontà del Signore… dimenticò il suo Dio e cominciò ad adorare gli idoli. (Gdc 2,1-4; 2,10-15; 2,20-22; 3,7-9; 4,1-2) Dio si adira, il popolo grida aiuto, Dio manda un liberatore. Anche questo è per noi oggi di estrema attualità. Alle difficoltà esterne di quei clan familiari si sommavano dei gravi peccati di omologazione culturale. Sembra già di udire Paolo: non omologatevi alla mentalità di questo tempo ma trasformatevi rinnovando la vostra testa.(Rom 12, 1 ss). Il fascino della cultura pagana abbagliò da subito i nuovi arrivati nella terra di Canaan. Per i “profeti anteriori” questo è un laccio mortale. Anche oggi per le nostre famiglie cristiane l'omologazione ad uno stile di vita pagano si sta rivelando mortale: resta la tradizione religiosa della famiglia ma i pensieri, i progetti, gli stili di vita, i convincimenti morali, prescindono dalla fede in Gesù! Accanto a questo i nostri peccati personali, in primo piano la mancanza di unità, che impediscono a Dio di operare prodigi nella sua Chiesa! Forse ne siamo meno consapevoli oggi che al tempo dei Giudici!!...

Storie di ‘Famiglie' raccontate e scritte poi al tempo dell'esilio (500 a.C.) come insegnamento perenne per noi
Spezzoni di una storia antichissima di oltre 3000 anni, rivisitati 500 anni dopo al tempo dell'esilio per darci una teologia della storia in una visione realistica della vita umana sulla terra: il peccato ci espone alla morte come famiglie e come Chiesa ma, se ci pentiamo, il Signore continua ad usarci misericordia come al tempo dell'esodo, come al tempo dei giudici, come al tempo di Gesù. Non manca la speranza, ma l'aria è cupa e seria: il peccato è preso sul serio a differenza di tante comunità dei nostri giorni! Dio manda giudici e salvatori ma anche il prescelto da Dio cade nel peccato. Anche il carismatico pecca e solo per un momento riesce ad andar in alto in forza del carisma che gli è gratuitamente dato da Iavè.. per cui questi primi salvatori del popolo rimandano al Salvatore Gesù che, non solo occasionalmente, potrà riscattare il suo popolo. Quanta pazienza di Dio! Ogni generazione sperimenta la sua ira e la sua misericordia! Ma il grande insegnamento è che Dio è il Kyrios, il Signore della storia, ieri, oggi, sempre . E' lui che guida la storia della salvezza prima durante e dopo Cristo fino al compimento! Non è la notizia più bella ? E nell'eucaristia, pasto Signoriale, pasto del Kyrios, lo possiamo sperimentare ogni giorno!

Sei comparsa tu o Debora per far da madre a Israele
Famiglie che vedono in primo piano volti di donne e di madri.
Come famiglia di Debora possiamo dire poco: conosciamo solo il nome del marito, Lappidot. Poi di lui il silenzio un po' come per Giuseppe nei vangeli. L'abbiamo ugualmente scelta come famiglia sebbene incompleta ed un po' moderna dove i ruoli sono molto diversificati e spesso la moglie esercita una professione pubblica e maggiormente visibile rispetto al marito.
Il suo ‘compagno' diventa Barak, il generale in capo dell'esercito delle tribù d'Israele. In primissimo piano lei, la moglie, giudice e profetessa d'Israele. Non possiamo parlare della coppia Debora- Lappidot ma nella donna possiamo vedere la sposa e la madre. Profetessa, moglie, giudice, con carismi di intuizione e premonizione, capace di intuire quel che sta per succedere, decisionista, presente sul campo, totalmente convinta di agire in nome di Dio, capace di elevare un potente inno di ringraziamento e di lode, poetessa che ci ha lasciato forse il testo scritto più antico di tutta la Bibbia.
Il ricordo di questa grande donna e sposa è tramandato da un racconto (cap 4) e da una poesia (cap 5).
Debora la troviamo sul campo di battaglia ma non con le armi in pugno ma nel ruolo di interprete, colei che fa discernimento. Il suo carisma è il discernimento non la guerra. Esamina le vertenze giudiziarie della sua gente e indica il momento propizio per attaccare in guerra. Il genio femminile, direbbe il Papa. Accanto a lei si stagliano altre due figure di donne e di madri : Giaele e la madre di Sisara. Misteriosa nel movente la prima e crudele nella violenza. Preoccupata e abituata alla violenza l'altra madre che trepida per il figlio che non vede tornare e che poi si lascia illudere dalle serve che la tranquillizzano con un bottino di guerra dove gli uomini si spartiscono le ragazze, e gli abiti e i gioielli arriveranno anche sul suo collo. Rimane bellissimo quel titolo che Debora stessa sembra attribuirsi di ‘madre di Israele'(Gdc5,7). In questo quadro ripensiamo all'impegno che ci siamo presi come famiglie di portare il nostro essere padri e madri nella comunità. Una maternità spirituale che fa della chiesa famiglia di famiglie! Quante Deborah potrebbero esserci tra noi! Quante famiglie capaci di profezia e di intuire in anticipo le grandi sfide della vita! Ne siamo certi?

Debora, donna di famiglia, capace di profezia
Deborah: da Origene impariamo il significato nascosto del suo nome: ape o linguaggio, una donna figura della profezia, che unisce i dolci favi della dottrina celeste e i dolci mieli della Parola divina. La Parola di Dio infatti è dolce come il miele per questo sta scritto "Come sono dolci le tue parole al mio palato, più del miele e del favo per la mia bocca; i giudizi di Dio sono preziosi più dell'oro, e di pietra preziosissima, è più dolci del miele e del favo" (Sal 118,103; Sal 18,10-11).
Deborah accoglieva la gente in una località tra Rama e Betel, nel territorio collinare di Efraim seduta sotto una palma che poi fu chiamata la palma di Deborah.(Gdc4,5). La profezia è come la sapienza. La sua dimora è in alto perché è nella sfera di Dio. (Pr 1,20-21; 8,1-3; 9,3)
Oggi più che mai alle famiglie è chiesto il dono della profezia e del discernimento, di trasformare le difficoltà in germogli, in opportunità per far camminare la storia della salvezza. Famiglie profetiche che abbozzano con le loro scelte di vita le grandi sfide della fede ed il futuro della Chiesa! Davvero anche violenza e peccato non impediscono a Dio di salvarci. C'è chi si lamenta e c'è chi, con coraggio, sta sul campo, a combattere! Anche per alcune nostre famiglia ci saranno palme col loro nome perché hanno aiutato altre famiglie a guardare avanti con fiducia!

Debora icona delle famiglie cristiane che socialmente sono una minoranza
Ella ha una fede incrollabile nell'aiuto di Dio, un entusiasmo che trascina tutti. Poche donne come lei nella storia d'Israele hanno saputo dare coraggio e impedire la rovina di un popolo. Sono le donne coraggio, le madri della patria, donne capaci di generare alla vita un popolo minacciato di estinzione, affinché la storia della salvezza non si arresti. Debora ci insegna come i cristiani sanno essere minoranza: i novecento (sic!) carri di ferro di Sisara non impauriscono Debora perché sa che possono essere sconfitti (gli ebrei non avevano ferro!), sa che l'essere minoranza spinge a fidarsi totalmente di Colui che chiamiamo Padre e Signore!

La storia e l'allegoria: il senso cristiano della storia e della famiglia
Tu che leggi non fermarti alla storia, scopri il messaggio per il credente: anche oggi la storia della salvezza non si arresta; scopri anche oggi grazie a Debora l'azione di Dio capace di liberare, scopri i suoi interventi nella vita e nella storia della Chiesa anche se a volte occorre che il regno subisca violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Scopri che quando il nuovo Israele, la Chiesa, vive tra fedeltà e infedeltà a Dio e rischia la rovina, una donna di famiglia può salvare la chiesa con l'aiuto di tutti anche degli stranieri che vivono accanto a lei! Scopri che per sopravvivere occorre una dura lotta ad opera delle madri che come Debora sono capaci di profezia e di discernimento! Scopri soprattutto che Dio non si stanca di liberare il suo popolo, che c'è un esodo permanente per il suo popolo oppresso. Egli usa i mezzi più disparati, una donna sapiente, una straniera crudele, una pioggia abbondante che fa straripare i torrenti. Allora puoi guardare con fiducia al futuro.
Lasciati guidare da Origene: Sisara che assaliva il popolo di Dio è vinto per mano di una donna con la potenza del legno! Cristo ci ha vinti dalla morte con la potenza del legno e l'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte. Oggi la famiglia di Giaele e di Debora insieme compongono la Chiesa di Cristo, quelli che da sempre hanno creduto alla promessa e quelli che da pagani sono entrati nel nuovo Israele.

Una famiglia che sa benedire il Signore
Tutto si conclude in benedizione. Così Cristo, così Paolo, così noi!
Signore umilia per me i più forti di me! La nostra battaglia è contro un nemico più forte di noi ma Dio viene in aiuto alla nostra debolezza: tutto posso in colui che mi da la forza. Cristo è più forte di tutti. Impariamo da Debora ad essere una famiglia capace di riconoscere che Dio guida la nostra storia d cui noi siamo semplici e umili strumenti; capaci di credere che il Dio del Sinai continua oggi tra noi nella nostra città nella nostra parrocchia i suoi prodigi; anche le stelle del cielo con le loro orbite combattono con noi (Gdc 5,20) e a Dio basta un torrente impetuoso per rendere inoffensivi novecento carri di ferro! ( 5,21)

Una perla conclusiva (v31)
Così periscano tutti i tuoi amici Signore ma coloro che ti amano siano come il sole quando sorge con tutto lo splendore.
Una profonda umanità di stampo familiare. A questi uomini che sembrano conoscere solo guerra e violenza dice che, se scoprono l'amore di Dio e dei fratelli, essi saranno come il sole che splende in tutta la sua forza ! Magnifico! A quanti ti sono amanti o Dio, che ti amano costantemente, a quanti si scaldano al fuoco del tuo amore,tu doni di essere lampade luminosissime da non metter sotto il moggio ma sopra il lucerniere perché illuminino tuta la casa di Dio!
Anche per ogni famiglia illuminata dalla profezia vale questa parola. Splenderà come il sole a mezzogiorno.

Con Debora e Lappidot riportiamo stasera in famiglia:
1. la certezza che il grande male della famiglia e della chiesa è volgersi agli idoli, omologarsi a culture e stili di vita che di fatto tradiscono il vangelo!


2. che l'essere minoranza non ci spaventa anzi ci fa ritrovare coraggio e iniziativa contro ‘ poteri forti ‘ che da destra e da sinistra cercano di addormentare non Sisara ma i cristiani!

3. che il segreto per vincere è avere donne e famiglie credenti capaci di profezia e di discernimento!

4. che occorre svegliare i ‘comandanti di Israele' e i ‘volontari del popolo', chiedere loro di combattere assieme, pastori e fedeli della Chiesa, ‘chierici' e ‘laici',operai della prima e dell'ultima ora: devono tutti svegliarsi e combattere insieme la buona battaglia della fede.(Gdc5,2.9)

5. che saranno quelli che ritenevamo fuori della Chiesa come Giaele a darci la certezza della vittoria

6. che solo se i ‘clan' di famiglie, (il gruppo delle famiglie che più si conoscono o hanno una spiritualità comune ) si coalizzano insieme sotto lo sguardo della ‘Benedetta fra le Donne' possono vincere. La vera ‘maledizione' per la Chiesa è se gruppi di cristiani di differente provenienza, con differenti carismi e sensibilità, se ne stanno incerti o assenti come la tribù di Ruben e la città di Meroz( 5,13-23) che non hannopreso parte alla guerra sulla pianura ai piedi del Tabor!

7. che anche noi dobbiamo cantare l'inno di Deborah per ringraziare il Signore della sua protezione e della sua immensa misericordia che in questi anni ci ha riservato anche se è giunto il tempo di ‘armare' tutto il popolo di Dio, di svegliare quel gigante addormentato che sono le nostre famiglie stimolando in ogni modo una loro presenza profetica e,dopo essersi fermati a pregare e contemplare sul Tabor, scendere in campo aperto per affrontare,a muso duro, le grandi sfide che la storia e la cultura ci presentano, confidando unicamente nell'aiuto di Dio !


Chiude ancora Origene: Non è il momento di trattare tutti i punti singolarmente: - gli ascoltatori della Chiesa amano la brevità - ( sic!) ci siamo sforzati riguardo ai misteri di cogliere fiorellini qua e là, di recare una qualche consolazione agli ascoltatori e insieme di esercitare noi stessi ed adoperarci per divenire atti a cantare il cantico di Deborah.

Amen!

http://www.santafamiglia.info/archivio/documenti.htm

Debora la giudice, Giaele l'eroina


di Fr. Roberto Tadiello
Il libro dei giudici si occupa del periodo che va dalla morte di Giosuè alla istituzione della monarchia in Israele (1200-1025 a.C.) e presenta fatti staccati e particolarmente importanti relativi a dodici "giudici" di cui sei appena ricordati. I "giudici" erano capi militari e politici che Dio suscitò in quel periodo per risolvere le crisi che il popolo di Israele viveva venendo a contatto con le popolazioni indigene e idolatre al momento del suo insediamento in Palestina.
Le storie sono narrate secondo un preciso modello letterario e teologico:
  • "Israele pecca contro Dio".
  • "Dio lo consegna nelle mani dei suoi nemici".
  • "Gli israeliti piangono".
  • "Dio manda un "giudice" a salvarli e liberarli".
  • "La terra ha pace per un periodo più o meno lungo (di solito 40 anni)".
Lo scopo è quello di insegnare che le crisi e le difficoltà di Israele trovano il loro fondamento nella sua infedeltà a Dio, quando cede alle suggestioni dell'idolatria. Da queste crisi solo Dio, che ha pietà delle sofferenze del popolo, potrà liberarlo (Gdc 2,11-19). Debora è l'unica donna detta "giudice" ed agisce nel senso moderno del termine risolvendo le dispute che sorgevano tra il popolo. La Bibbia ricorda anche il luogo dove emetteva le sue sentenze: sotto la "palma di Debora tra Rama e Betel, sulle montagne di Efraim" (4,5). A Debora si affianca Giaele, un'altra eroina del libro, che ucciderà Sisara, capo dell'esercito nemico.
La storia è ripetuta nei capitoli 4 e 5, nel primo in forma narrativa, nel secondo in forma poetica, dove la poesia raggiunge il suo apice nel "canto di Debora" che probabilmente, secondo l'opinione comune degli studiosi, è la più antica composizione della Bibbia.

Il racconto (Gdc 4)

Nei versetti 4,4-5 Debora, che significa ape, è brevemente presentata: "Debora, donna profetessa, moglie a (di) Lappidot giudicava Israele in quel tempo". Nell'AT il titolo di profetessa è attribuito assai di rado alle donne (Es 15,20; 2 Re 22,14; 2 Cr 34,2; Ne 6,14; Is 8,3; Lc 2,36). In questo caso il suo significato è probabilmente vicino a quello di veggente. Il narratore la ritrae seduta sotto la palma dove esercita il giudizio tra le parti in causa: "Gli israeliti venivano a lei per le vertenze giudiziarie" (4,5). Un ruolo di grande importanza per una donna a quel tempo, ma non estraneo alle culture semitiche che hanno avuto delle donne veggenti o che amministravano la giustizia.
Quando il ciclo negativo di peccato e di sofferenza ri-inizia: "Eud era morto e gli Israeliti tornarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore. Il Signore li mise nelle mani di Iabin re di Canaan, regnava in Azor" Debora chiama Barak (4,6) al quale trasmette gli ordini e la strategia del Signore, che è il protagonista della battaglia e della vittoria. Egli deve radunare diecimila uomini delle tribù di Neftali e di Zabulon e marciare verso il Tabor, dove metterà nelle sue mani, al torrente di Kison, Sisara, generale di Iabin, con i suoi carri e le sue truppe (4,7). Barak accetta a condizione che Debora lo accompagni. La profetessa acconsente mentre gli preannuncia che la gloria della cattura di Sisara non sarà sua, ma di una donna (Giaele). In tutta la vicenda Debora si rivela una donna forte, risoluta, coraggiosa e piena di spirito di iniziativa. Va con Barak fino a Kades, ove avviene la convocazione dei diecimila soldati delle tribù di Zabulon e Neftali (4,10). Sale al Tabor dove incoraggia Barak prima dell'inizio della battaglia con queste parole: "Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sisara nelle tue mani. Il Signore non esce forse in campo davanti a te?" (4,14). Debora, profetessa-veggente, anima la battaglia e assicura la vittoria che sarà opera di Dio. Nelle parole di Debora riecheggia un'antica immagine di Dio come guerriero ed eroe in battaglia, Signore degli eserciti (Yhwh seba'ôt). La battaglia è descritta brevemente con pochi tratti che offrono al lettore la chiave per interpretare la vittoria: essa è opera del Signore (4,15.16) che "umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti" (4,23).
Nel frattempo un'altra donna, Giaele, era impegnata a distruggere Sisara, il generale dell'esercito nemico (4,17-22). Giaele è moglie di Eber il kenita. Sisara in fuga si rifugia nella sua tenda "perché vi era pace tra Iabin, re di Azor e la casa di Eber il kenita" (4,17). La donna gli esce incontro, gli parla in modo accattivante e lo invita a non temere (4,18). Sisara non replica, non chiede spiegazioni, ma subito entra (4,18c) e Giaele lo nasconde sotto la coperta. Alla richiesta di un po' d'acqua, Giaele si mostra più che ospitale e gli offre il latte, facendolo bere dall'otre. La donna manifesta ancora una volta tutta la sua premura ricoprendo Sisara (4,19). Non appena Sisara cade nel sonno profondo Giaele lo uccide (4,20-21). La descrizione è sobria ma allo stesso tempo sottolinea come l'azione non fu frutto di un piano premeditato, ma effetto di un impulso repentino. Ciò è confermato dal fatto che ella non usa un'arma convenzionale (spada, lancia ecc.) ma un piolo della tenda che si trovava a portata di mano e un martello, probabilmente di legno, adoperato dai beduini per fissare la tenda a terra.
La trasformazione di Giaele da donna pacifica ed ospitale a donna risoluta, forte e coraggiosa è sottolineato dalle parole con cui si rivolge a Barak: senza preamboli e dolci allettamenti gli dice in modo franco e schietto: "Vieni e ti mostrerò l'uomo che cerchi".

Il canto di Debora

La storia è ripresa nel canto poetico di Debora, che sicuramente ha preceduto il racconto in prosa e lo ha ispirato. La sua composizione risale probabilmente al tempo stesso degli avvenimenti, fu tramandato oralmente e in seguito posto per iscritto. Nel versetto 5,1 Debora è presentata come l'autrice del canto, insieme a Barak, che con grande probabilità è stato aggiunto successivamente.
Nel versetto 7, all'interno della descrizione dello "stato di miseria durante l'oppressione" (5,6-8), Debora è presentata come "madre d'Israele" (lett. madre in Israele), titolo di rispetto e di merito per una donna che si è impegnata per la giustizia e per la difesa del suo popolo.
Debora "sorge" quando tutto era stravolto e le condizioni del popolo erano disastrose: non c'era sicurezza per i viandanti (5,6); regnava l'anarchia (5,7) e l'idolatria era diffusa (5,8).  Segue l'incitamento ai comandanti d'Israele ed l'invito ai volontari tra il popolo a proclamare la vittoria del Signore (9-11). Debora stessa è invitata a cantare in 5,12 mentre Barak è incitato a catturare i prigionieri. Seguono i preparativi per la battaglia (13-18), mentre vengono elogiate le tribù partecipanti è schernite quelle che esitano alla battaglia: una battaglia cui ha partecipato perfino il cosmo con le stelle e il torrente Kison (19-22).
A questo punto il canto si apre in una benedizione di Giaele (24-26) quasi a smussare la maledizione sugli abitanti di Meroz che non sono intervenuti "in aiuto del Signore" (4,23). Giaele, moglie di Eber il Kenita (5,24a), è una "donna della tenda", cioè una beduina (5,24b), e come tale è ospitale (5,25). È benedetta fra le donne, anzi la più benedetta delle donne (5,24 due volte). La sua offerta di latte acido (yogurt forse?) è segno di massima considerazione per l'ospite; ciò è sottolineato poi perché lo offre non in una coppa normale ma in una coppa da principi.
Il testo biblico ha un cambiamento brusco tra i versetti 25-26 quasi a denotare un cambio nella personalità di Giaele che stende la mano al picchetto e la destra ad un martello, non armi convenzionali ma utensili quotidiani per un beduino. Con essi trafigge Sisara che "si contorse, cadde e giacque" ai suoi piedi (5,27).
L'uccisione di un uomo già fisicamente provato, per giunta ospite, può essere moralmente riprovevole, ma non è questo il centro del racconto e del brano poetico. Giaele realizza la profezia di Debora: "Il Signore metterà Sisara nelle mani di una donna" (4,9). È quindi Dio che vince, per mano dell'eroina Giaele una donna pacifica, il nemico di Israele e non Barak con tutto il suo esercito. È Dio che libera il popolo e lo fa non con l'apporto dell'esercito e del suo generale, ma con le mani di una donna trasformata.
Nel libro dei Giudici Debora, profetessa e giudice, e Giaele, l'eroina, sono due donne forti, energiche, coraggiose, intraprendenti, ma anche modelli di fede e di disponibilità totale nelle mani di Dio, strumenti della sua volontà di salvezza e del dono della terra al suo popolo. Infatti dopo questi racconti il narratore annota: "Poi il paese ebbe pace per quarant'anni" (Gdc 5,31c).


Fra Roberto Tadiello OFMCap

Frate cappuccino della provincia veneta. Ha conseguito la licenza e il dottorato in Teologia Biblica presso lo Studium Biblicum Franciscanum (Facoltà di Scienze bibliche e archeologia) di Gerusalemme con  una tesi sul libro di Giona.
e-mail jonah_ti@yahoo.it

Bonhoeffer



Dietrich Bonhoeffer

Vita Comune


Bonhoeffer scrisse questo breve testo di getto nel settembre-ottobre 1938, durante quattro settimane di vacanza trascorse a Gottinga, nella casa di sua sorella gemella Sabine, che aveva dovuto lasciare la Germania poco prima. Qui, come evidenzia nella prefazione e nella postfazione E. Bethge, suo amico e biografo che sposò, tra l’altro, la nipote di Bonhoeffer, a momenti di svago s’alternavano forti preoccupazioni per la situazione storico-politica del Paese.

“Vita Comune” costituisce il resoconto delle esperienze di vita comunitaria di un gruppo di teologi tra il 1935 e il 1937 a Finkenwalde. Bonhoeffer era stato infatti tra i promotori della Chiesa Confessante che nel 1934, dopo le prime leggi razziali e l’asservimento al nazismo delle Chiese Evangeliche tedesche, aveva dichiarato la propria fedeltà a Gesù Cristo.
A Finkenwalde Bonhoeffer era il responsabile di un seminario di preparazione al pastorato. Qui nasce una singolare esperienza di vita comune, che riscopre una dimensione profonda di preghiera, riflessione, condivisione.
Nel 1937 la comunità viene sciolta dalla Gestapo e l’esperimento ha fine, anche se il lavoro di formazione viene ripreso in vicariati collettivi.
L’estate precedente la stesura del testo aveva visto una grave fase di debolezza della Chiesa Confessante, poiché la maggioranza dei pastori aveva giurato fedeltà a Hitler (fu il dono di compleanno per il fuhrer dopo l’annessione dell’Austria).
Bonhoeffer si era strenuamente e vanamente opposto a tutto ciò insieme agli studenti del seminario.
Anche la situazione familiare di Bonhoeffer era critica. La sorella gemella – sposata Leibholz – era espatriata in fretta verso la Svizzera con la famiglia, c’erano i primi preparativi per il colpo di stato in cui un altro cognato, Hans von Dohnanyi, era coinvolto.
In questa situazione di tensione Bonhoeffer scrive “Vita comune”.
Tre anni prima si era categoricamente rifiutato di scrivere qualcosa sulla vita a Finkenwalde ritenendo che un’esperienza così pionieristica non fosse abbastanza matura per essere presentata al pubblico e soprattutto non si era pensato un programma da utilizzare in seguito.
“Vita comune” non è perciò – come sottolinea ancora Bethge – un manifesto programmatico, ma un resoconto a posteriori di un’esperienza vissuta e conclusasi in fretta. La comunità cui si fa riferimento è costituita da teologi e pastori e non da una famiglia ad esempio, che deve avere altri criteri e ritmi. Lo stesso Bonhoeffer, nella breve premessa al libro dichiara: “La seguente esposizione non vuol essere altro che un singolo contributo all’insieme della questione, e per quanto possibile anche un aiuto concreto alla chiarificazione e alla prassi”.

Il testo si articola in una serie di brevi capitoli: il primo, “Comunione”, ha carattere generale, i successivi percorrono e analizzano i vari momenti della giornata nella vita comunitaria, scandita da preghiera, meditazione, ma anche lavoro e condivisione della mensa. Ogni momento viene rivestito della sua dignità e del suo fondamento teologico e non mancano indicazioni pratiche specificamente rivolte ai pastori.

Nella prima parte Bonhoeffer evidenzia come non sia affatto scontato che il cristiano debba vivere necessariamente in mezzo ad altri cristiani, anzi Gesù stesso è vissuto tra gente ostile. È quindi grande gioia e grazia il costituirsi di una comunità intorno alla parola di Dio e al sacramento.
Con un’esposizione molto lucida e attenta e giustificando sempre le sue affermazioni con le sacre Scritture, Bonhoeffer individua le caratteristiche della comunità cristiana e ciò che la differenzia rispetto all’usuale incontrarsi degli uomini.
Quello che il teologo sottolinea inizialmente con forza è che la comunione cristiana si fonda su Gesù Cristo e questo implica. “In primo luogo, significa che un cristiano ha bisogno dell’altro a causa di Gesù Cristo. In secondo luogo, che un cristiano si avvicina all’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. In terzo luogo, significa che fin dall’eternità siamo stati eletti in Gesù Cristo, da lui accolti nel tempo e resi una cosa sola per l’eternità” (p. 18).
E sulla Parola:
“Ma Dio ha messo questa Parola in bocca ad uomini, per consentire che essa venga trasmessa fra gli uomini. Se un uomo ne viene colpito, la ridice all’altro. Dio ha voluto che cerchiamo e troviamo la Sua Parola viva nella testimonianza del fratello, in bocca ad altri uomini. Per questo il cristiano ha bisogno degli altri cristiani che dicano a lui la parola di Dio, ne ha bisogno ogni volta che si trova incerto e scoraggiato; da solo infatti non può cavarsela, senza ingannare se stesso sulla verità. Ha bisogno del fratello che gli porti e gli annunci la Parola divina di salvezza. Ha bisogno del fratello solo a causa di Gesù Cristo”. (p. 19).
Qualsiasi incontro con l’altro implica la presenza di Cristo, che è motivazione e scopo della vita comune. “Solo per mezzo di Gesù Cristo si è fratelli” (p. 21).
Dalla presenza di Gesù, fondamento della fraternità, discende che quest’ultima non è un ideale, ma una realtà divina, una realtà pneumatica, non della psiche.
“Questo è l’elemento che la distingue nettamente da tutte le altre forme di comunione. La sacra Scrittura definisce pneumatico, cioè «spirituale», ciò che è creato solo dallo Spirito santo, il quale fa entrare nel nostro cuore Gesù Cristo Signore e Salvatore. Nella Scrittura si chiama invece psichico, cioè «proprio dell’anima umana», tutto ciò che viene dai naturali impulsi, dalle risorse e disposizioni dell’anima umana.
Il fondamento di ogni realtà pneumatica è la parola di Dio, chiara e manifesta in Gesù Cristo” (p. 25).
Bonhoeffer si addentra poi in riflessioni sulla differenza tra realtà pneumatica, basata sulla Parola, esente da qualsiasi brama di possesso e dominio sull’altro in quanto tra sé stessi e il prossimo vi è sempre Cristo, e realtà «psichica», che si basa su aspirazioni ideali fortemente umane e finisce per avere al centro se stessi e non Cristo, per volere legare a sé l’altro, conquistarlo, dominarlo e non affidarlo invece a Cristo. Una delle differenze fondamentali tra i due diversi rapporti sta nella capacità unica dell’amore spirituale, fondato sul servizio, di amare anche il nemico.
“Tra me e l’altro c’è Cristo, perciò non posso aspirare ad una comunione immediata con l’altro. Solo Cristo ha potuto parlarmi in modo da venirmi in aiuto; per la stessa ragione anche l’altro può ricevere soccorso solo da Cristo. Il che significa risparmiare all’altro tutti i miei tentativi di condizionarlo, di costringerlo, do dominarlo con il mio amore. Senza dipendere da me, l’altro vuol essere amato per come è, vale a dire come uno a vantaggio del quale Cristo si è fatto uomo, è morto ed è risorto, ha conseguito la remissione dei peccati e ha preparato una vita eterna. Cristo è intervenuto in modo decisivo nei confronti del mio fratello, ben prima che io potessi iniziare ad agire, per cui non posso che ritirarmi, lasciando il fratello a disposizione di Cristo, e incontrandolo solo per quello che è già in Cristo” (pp. 28-29).
L’amore spirituale sarà pronto a congedarsi dall’altro per lasciarlo a Cristo.
Osserva Bonhoeffer: “sarà preferibile parlare con Cristo del fratello che non parlare col fratello di Cristo” (p. 29).
La via più breve verso l’altro passa dunque attraverso la preghiera.
Date queste premesse generali, i capitoli successivi analizzano la giornata della vita comunitaria e s’intitolano: “La giornata vissuta in comune”, “La giornata vissuta in solitudine”, “Il servizio”, “Confessione e Santa Cena”.
Molte osservazioni traggono spunto dall’esperienza vissuta e dai problemi che possono essere sorti direttamente in comunità e quindi sono assai specifiche per pastori o teologi, però vi sono moltissimi pensieri, indicazioni di saggezza pratica, riflessioni sulle relazioni umane e sul rapporto col divino che denotano una grande profondità di pensiero e una conoscenza dell’uomo davvero mirabile.
Vi sono considerazioni valide per ogni comunità cristiana.
In “La giornata vissuta in comune” Bonhoeffer prende avvio dall’apertura della giornata con la preghiera del mattino: “L’inizio della giornata per il cristiano non dev’esser già gravato e incalzato dalle molteplici attività del giorno di lavoro. Il nuovo giorno è dominato dal Signore che lo ha creato. […] Per questo si vuole che di primo mattino taccia la molteplicità confusa dei pensieri e delle parole inutili, in modo tale che il primo pensiero e la prima parola appartengano a colui cui appartiene tutta la nostra vita.” (p. 34).
Ogni affermazione viene sostenuta da riferimenti biblici all’Antico e al Nuoto testamento.
Analizzando la preghiera comune Bonhoeffer si sofferma in particolare sui Salmi, preghiera molto adatta alla comunità, e sulla necessità di riscoprirli leggendoli alla luce della figura di Gesù.
Anche la Scrittura va riscoperta “Dobbiamo ricominciare a conoscere la sacra Scrittura come l’hanno conosciuta i Riformatori e i nostri padri” (p. 43).
“Inoltre ci si dovrebbe chiedere come si pensi di poter aiutare nel modo giusto un fratello in difficoltà e in tentazione, senza ricorrere alla Parola stessa di Dio” (p. 43).
“La giornata vissuta in solitudine” riguarda invece i momenti di silenzio, solitudine e meditazione che vi sono nell’arco della giornata comunitaria.
Il silenzio del cristiano è comunque un silenzio umile e disponibile a lasciarsi interrompere in ogni momento.
Anche il servizio è oggetto di riflessioni accurate, ad esempio sull’accoglienza dell’altro.
“Dio non ha fatto l’altro come avrei voluto configurarlo io. Non me lo ha dato per fratello, allo scopo di farmelo dominare, ma perché al di sopra di lui io ritrovi il creatore” (p. 72). O ancora: “Nella libertà dell’altro rientra tutto ciò che s’intende per essenza, peculiarità, disposizioni, anche le debolezze e le stravaganze, che mettono alla prova così duramente la nostra pazienza, vi rientra tutto ciò che dà luogo agli attriti, ai contrasti, agli scontri fra me e l’altro. Portare il peso dell’altro qui significa sopportare le realtà creaturale dell’altro, consentire ad essa e arrivare attraverso la sopportazione a trarne motivo di gioia” (p. 78).
Ogni gesto comunitario riceve giustificazione e s’inserisce in un contrasto più vasto, che è quello della chiesa nel suo insieme. I gesti più semplici, come mangiare assieme, ricevono pari dignità di altri, a dimostrazione che il cristianesimo viene presentato come un messaggio concreto, legato alle vicende dell’uomo – di tutto l’uomo – e alla sua storia. Nulla di ciò che è umano viene escluso e così Bonhoeffer parla del lavoro, del servizio, del peccato e della confessione.
Non un misticismo idealistico sta alla base delle sue affermazioni, ma un messaggio forte coinvolto nella storia degli uomini.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Dietrich Bonhoeffer (Breslavia 1906 – Campo di concentramento di Flosseburg, 9 aprile 1945), teologo luterano tedesco. Fortemente impegnato nel movimento ecumenico dal 1931 al 1933 insegna a Berlino.
Nella sua attività mostra una carica innovativa, coinvolgendo gli studenti in iniziative legate non solo all’ambito accademico, ma anche alla situazione politica esistente. Ha inizio così la sua crescente opposizione al nazismo. Nel 1933 in una trasmissione radiofonica definisce Hitler non un fuhrer ma un verfuher (seduttore). La trasmissione viene subito interrotta.
Quando Hitler va al potere, Bonhoeffer lascia Berlino per Londra, perché si rende conto che non può fare teologia come desiderava fosse fatta a causa del controllo del regime. Dal ‘35 al ‘39 è di nuovo in Germania.
Poco prima dello scoppio della guerra emigra in America (c’era già stato nel 1930). Aveva già accumulato, in patria, vari provvedimenti di polizia: non poteva spostarsi liberamente, non poteva parlare in pubblico, gli era stato ritirato il permesso di abilitazione alla docenza e non poteva scrivere. In America ha una crisi di coscienza e ritorna in Germania dopo poche settimane. Prende contatto con la resistenza e opera in uno dei gruppi anti-hitleriani. In seguito, viene arrestato e internato nel carcere militare di Tegel.
In seguito, aggravandosi la sua situazione (Bonhoeffer risulta tra gli organizzatori di un fallito complotto contro Hitler), viene internato nel carcere della Gestapo in Prinz-Achracht Strasse a Berlino. Il 9 aprile 1945 viene impiccato nel campo di concentramento di Flosseburg.
Opere: Sanctorum Communio (1930), Atto ed essere(1931), Sequela (1937), Vita comune (1938), Etica, Resistenza e resa (1947).

DIETRICH BONHOEFFER, “Vita comune”, Queriniana, Brescia 2003. Edizione critica in lingua tedesca as cura di G.L. Muller e A. Schonherr. Postfazione di E. Bethge. Edizione italiana a cura di A. Gallas. Traduzione dal tedesco di M.C. Laurenzi e G. Francesconi.

Ad un detenuto italiano che gli chiedeva come lui, cristiano e pastore, potesse prender parte ad un complotto che cercava la morte di Hitler, Bonhoeffer rispose: “Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante”.

“In una cultura sempre più dominata dal nazionalismo, promosse l’internazionalismo delle chiese e dei popoli; in una società sempre più militarizzata nell’animo e negli arsenali, si dichiarò apertamente pacifista esortando i cristiani a “osare la pace per fede”; in una chiesa ancora fortemente caratterizzata in senso confessionale partecipò liberamente e attivamente alle iniziative degli organismi giovanili del movimento ecumenico; in mezzo a un popolo stregato da Hitler tanto da accettare supinamente il programma di annientamento del popolo ebraico concretamente avviato con il “paragrafo ariano” che escludeva dai pubblici uffici gli ebrei e tutti i cittadini di ascendenza ebraica anche remota, Bonhoeffer fu, tra i pochi oppositori a questa legge iniqua, uno dei più energici e intransigenti. Disse tra l’altro che una chiesa che avesse accettato e applicato al suo interno il “paragrafo ariano” avrebbe rinnegato il suo stesso principio costitutivo, quindi non sarebbe più stata una chiesa ma una sua diabolica contraffazione” (Paolo Ricca, pastore valdese).” ().


http://www.lankelot.eu/letteratura/bonhoeffer-dietrich-vita-comune.html

giovedì 25 febbraio 2010

Malthus

Thomas Robert Malthus (Roocherry, 13 febbraio 1766 – Bath, 23 dicembre 1834) è stato un economista e demografo inglese.
Malthus nacque in una famiglia benestante. Suo padre Daniel era un amico personale del filosofo David Hume e aveva contatti con Jean-Jacques Rousseau.
Il giovane Malthus fu educato a casa fino alla sua ammissione al Jesus College (Cambridge) nel 1784. Lì studiò molte materie e vinse premi in declamazione inglese, latino e greco. La sua materia preferita era però la matematica. Si laureò nel 1791 e nel 1797 fu ordinato pastore anglicano.
Malthus si sposò nel 1804 ed ebbe dalla moglie 3 figli.
Fu seppellito nella abbazia di Bath in Inghilterra.
Nel 1798 pubblicò An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society (Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società), in cui sostenne che l'incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili con conseguente penuria di generi di sussistenza per giungere all'arresto dello sviluppo economico, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in progressione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescono invece in progressione aritmetica (teoria questa che sarà poi ripresa da altri economisti per teorizzare l'esaurimento del carbone prima, e del petrolio dopo).
Le sue osservazioni partono dallo studio delle colonie inglesi del New England, dove la disponibilità "illimitata" di nuova terra fertile ha permesso uno sviluppo "naturale" della popolazione con una progressione quadratica mentre, dove ciò non è possibile, si verificano periodiche carestie con conseguenti epidemie.
Per Malthus c'è, naturale, questa forma di controllo successivo. Da rigido pastore protestante ipotizza anche un "controllo preventivo" da parte dell'uomo, ma basata solo sulla "castità".
La teoria demografica di Malthus ispirò la corrente del malthusianesimo che sostiene il ricorso al controllo delle nascite per impedire l'impoverimento dell'umanità. Malthus pubblicò inoltre Investigazione delle cause del presente alto prezzo delle derrate (1800) e Saggio sulla rendita (1815), in cui formulò la teoria della rendita differenziale.
Questa teoria demografica naturalmente è andata incontro a varie critiche, esemplificate da Ralph Waldo Emerson, quando disse: "Malthus, affermando che le bocche si moltiplicano geometricamente e il cibo solo aritmeticamente, dimenticò che la mente umana era anch'essa un fattore nell'economia politica, e che i crescenti bisogni della società, sarebbero stati soddisfatti da un crescente potere di invenzione."
Malthus introduce il concetto di salario di sussistenza, cioè il livello medio del salario necessario per soddisfare le esigenze ritenute fondamentali. Secondo Malthus, fino al salario di sussistenza non ci si sposa, né si fanno figli.
Se esiste un sussidio, come quello derivante dalle Poor Laws, aumenta il reddito disponibile delle famiglie, oltre un livello di mera sussistenza. Di conseguenza i poveri tenderanno a procreare, facendo sì che aumenti la forza lavoro e quindi l'offerta di lavoro, portando quindi a una ulteriore diminuzione dei salari. Al contrario, quando il livello di vita scenderà sotto lo standard di vita ritenuto accettabile, i poveri smetteranno di fare figli e il salario tenderà a salire da solo. Questa teoria della sostanziale stabilità dei salari è accettata dai classici, che attribuiscono ciò a meccanismi di mercato. Lo stesso David Ricardo si rifà a tale teoria secondo cui i salari sono sostanzialmente stabili ad un livello storicamente dato, così come lo standard di vita medio.

domenica 21 febbraio 2010

amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognun sorriderà al benvenuto dell'altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E' festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott
da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Derek Walcott (Castries, Saint Lucia, 1930) è un poeta e scrittore nato nelle Antille, noto principalmente per le sue opere poetiche e teatrali in lingua inglese. L'altro idioma usato in alcuni lavori minori è il patois creolo della sua terra natale, l'isola di Saint Lucia.
Dal 1959 al 1976 ha diretto il Trinidad Theatre Workshop, dove si occupò anche di mettere in scena alcuni suoi drammi, e nel 1981 si trasferì a Boston per insegnare all'Università di Harvard. Per la sua straordinaria produzione poetica, nel 1992 è stato insignito del premio Nobel per la letteratura.
La sua opera si differenzia notevolmente da quella di altri poeti contemporanei per l'estrema originalità del dettato, la grande fantasia visionaria e la presenza di temi metafisici. Si tratta di un autore unico, per la capacità di creare una grande poesia partendo da dati biografici, collegati alla sua terra nativa, le Indie Occidentali, dove storicamente si è realizzato un incredibile crogiolo di popoli, razze e culture. Lo stesso Walcott nel poemetto La Goletta Flight scrive, a proposito di un personaggio che può essere considerato il suo alter ego, ho dell'inglese, del negro e dell'olandese in me/ sono nessuno, o sono una nazione. Questa dichiarazione estremamente personale mette in luce quella molteplicità di origini etniche che identifica il grande poeta dei Caraibi, una vera e propria Babele multirazziale che alimenta l'opera di Walcott di un humus linguistico-letterario particolarmente ricco.

Opere:
Sogno sul Monte della Scimmia (1970)
Another Life (Un'altra vita; 1973)
Sea Grapes (Uve di mare; 1976)
The Star-Apple Kingdom (1979)
The Fortunate Traveller (1981)
Midsummer (Mezza Estate; 1984)
The Arkansas Testament (Il Testamento dell'Arkansas; 1987)
Omeros (1990)

Albert Camus

Camus nacque a Mondovi [Algeria] il 7 novembre 1913 da una famiglia francese residente in Algeria. A Algeri studiò, in condizioni economiche difficili, e cominciò a lavorare come attore e giornalista. Dal 1940 a Paris, partecipò alla resistenza. Nel dopoguerra fu caporedattore del giornale «Combat». Nel 1957 ebbe il nobel per la letteratura (con questa motivazione: "for his important literary production, which with clear-sighted earnestness illuminates the problems of the human conscience in our times"). Nel 1958 compra una casa a Lourmarin [Provenza]. Il 4 gennaio 1960 parte per Paris in compagnia di Michel Gallimard: morì a causa di un incidente automobilistico, a Villeblevin [Yonne]: la sua Facel Vega si schiantò contro un platano sulla nazionale Sens-Paris mentre correva a 140 Km l'ora.
Albert Camus: Opere
Nel 1936 Camus pubblicò il suo primo scritto, Rivolta nelle Asturie (Révolte dans les Asturias), edito da Edmond Charlot: con Charlot partecipò poi alla rivista «Rivages», insieme a Gabriel Audisio, Jean Grenier e altri. Camus si affermò nel 1942 con il romanzo Lo straniero (L'étranger) e con il saggio Il mito di Sisifo (Le mythe de Sisyphe). Personaggio narrante de "Lo straniero" è Meursault, un modesto impiegato di Algeri. Riceve un telegramma che gli annuncia la morte della madre, ricoverata in un ospizio per vecchi a Marengo. Parte per recarsi al funerale e, dopo le noiose formalità, seppellisce la madre in una specie di indifferenza abulica. Il giorno successivo, di ritorno a Algeri, va a fare il bagno al porto. Riallaccia i rapporti con Marie Cardona, una ragazza conosciuta molto tempo prima. Riprende indifferente il lavoro e tutte le sue abitudini. Una domenica, invitato da Raymond Santès, un vicino di casa, si reca fuori città. Sulla spiaggia incontrano due arabi che da tempo seguono Raymond per vendicare una sua antica amante, anche lei araba. Nella lite che ne segue Raymond viene ferito. Più tardi Meursault ritrova per caso i due arabi. In tasca ha una rivoltella. Uno degli arabi estrae il coltello, lui accecato dal sole spara. Spara ancora quattro volte sul corpo inerte. Segue l'arresto, l'istruttoria, il processo. La giuria lo condanna alla ghigliottina. Nella cella dei condannati a morte Meursault riceve, dopo averla rifiutata tre volte, la visita del cappellano. Il colloquio si risolve in uno scontro: Meursault ha poco tempo da vivere e non vuole sprecarlo con dio nel quale non crede. Ma quando il cappellano esce, ritrova, nell'accettazione del suo destino assurdo, una specie di pace.
Raggiunse vasta rinomanza con una seconda opera narrativa, La peste (La peste, 1947). Attraverso la descrizione di una città assediata dall'epidemia, "La peste" propone una allegoria della guerra e dell'occupazione nazista e una più vasta della condizione umana. Siamo a Orano [Algeria]. Gli avvenimenti di cui si dà la cronaca immaginaria sono narrati in terza persona dal dottor Rieux, e si dicono avvenuti nel 194..., dall'aprile al dicembre. L'epidemia si estende irrefrenabile, i morti si moltiplicano giorno per giorno. La città è isolata dal resto del mondo. In questa condizione di assedio la vita, lentamente, riprende alla meglio. C'è chi cerca di distrarsi e di stordirsi, chi è immobilizzato dalla paura, chi approfitta della situazione per arricchirsi, chi cerca coraggiosamente di lottare. A poco a poco la morsa del morbo si allenta. L'epidemia cessa, la città torna libera, i suoi abitanti si abbandonano di nuovo al sonno dell'incoscienza. Ma Rieux invita a restare vigili, perché «il bacillo della peste non scompare mai».
Parallela è la sua attività teatrale, con Il malinteso (Le malentendu, 1944), Caligola (Caligula) che aveva già scritto nel 1938 e che fu rappresentato nel 1945, Lo stato d'assedio (L'état de siège, 1948), I giusti (Les justes, 1950). Del 1951 è il saggio L'uomo in rivolta (L'homme révolté). E' il saggio che gli procura la rottura ufficiale con Sartre: essa esplode nel 1952 sulle pagine di «Les Temps modernes», ed è subito insanabile.
A esso seguirono riduzioni teatrali da Faulkner, Lope de Vega, Dostoevskij, e i racconti La caduta (La chute, 1956), e L'esilio e il regno (L'exil et le royaume, 1957).
Postumi furono pubblicati i Taccuini (Journal, 1962-1964), e il romanzo giovanile La morte felice (La mort heureuse, 1971).
Albert Camus: Valutazioni
Alla base dell'opera narrativa e saggistica di Camus è l'assurdo: l'uomo di Camus cerca una giustificazione all'esistenza e non la trova, diventando così estraneo a sé stesso. Come il protagonista del primo romanzo, "Lo straniero": Meursault uccide inesplicabilmente un uomo e si lascia condannare a morte senza tentare di giustificarsi. "Il mito di Sisifo", riflessione filosofica sul tema del suicidio, approfondisce il tema a livello teorico, suggerendo che sono possibili una morale e persino un eroismo dell'assurdo, a patto di viverne la condizione con lucidità e in piena coscienza.
Sia ne "La peste" sia nell'"Uomo in rivolta", la ricerca di Camus culmina nella scoperta che, solo ribellandosi l'uomo può far emergere un senso in un mondo dominato dal non senso. Una delle costanti del suo mondo è il contrasto tra la luce (la luce dell'Algeria ecc.) e l'opacità del vivere contemporaneo: «Dove sta l'assurdità del mondo? E' questo splendore o il ricordo della sua assenza? Con tanto sole nella memoria, come ho potuto puntare sull'assurdo?».
La riflessione esistenzialista di Camus, contemporanea e in parte vicina a quella sartreiana, è gradualmente approdata da una iniziale predilezione per i temi della solitudine e della morte a quelli della speranza e della solidarietà umana quali possibili soluzioni del dramma dell'assurdo. La sua opera è una espressione mitica della società contemporanea, colta nella sua inquietudine e nella sua tendenza alla disperazione. Espressione alla cui efficacia contribuisce la limpida perfezione stilistica della scrittura, la classica sobrietà dell'ispirazione romanzesca.
Camus criticava il totalitarismo comunista, mentre Sartre e Francis Jeanson vedevano nel comunismo la sola forza veramente rivoluzionaria e Camus, né di destra né di sinistra, ma che restava, secondo loro, "in aria", finiva per essere compiacente con la destra. Per Camus il comunismo invece non rimediava alle sofferenze presenti, ma si limitava a proporre agli uomini una meta futura. E scriveva in privato: «La loro scusa è la terribilità di quest'epoca. C'è in loro qualcosa che aspira alla servitù». Ciò che gli intellettuali di quegli anni dovettero scegliere fu l'alternativa tra la libertà e l'essere servi del potere: Camus tenta di scegliere la libertà prometeica, contro il potere, attraverso Sisifo che «nega gli dèi e solleva i macigni». «Non ignoriamo che tutte le Chiese sono contro di noi» scrive ne "Il mito di Sisifo": esse aspirano all'eterno, mentre noi abbiamo a cuore la vita che è caduca e relativa. Proprio il senso di caducità e relatività può per Camus offrire una base. Il nichilismo è la grande sfida, il "niente è vero tutto è permesso" professato da Ivan Karamazov di Dostoevskij. Le grandi parole su cui l'Occidente si è fondato sono venute meno. E c'è la realtà quotidiana: «La sveglia, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno... questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto un giorno sorge il 'perché' e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore». E' un 'perché' senza risposta. Di fronte al «silenzio irragionevole del mondo», la tentazione del suicidio. La vita è una partita già decisa, ma abbandonarla significa perderla volontariamente. La dignità di un uomo consiste nel suo impegno «in una guerra in cui è già vinto». E' indispensabile sostenere il confronto con il silenzio irragionevole del mondo, come a Sisifo è indispensabile continuare a sospingere un masso che rotolerà poi sempre a valle, sennò gli dèi prevarrebbero in anticipo. Questo è l'assurdo: questo mantener fede a sé stessi pur di fronte al niente: «L'assurdo è la ragione lucida che accetta i propri limiti [...]. Sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa, ecco l'onestà: il resto è sotterfugio». Per questo anche «l'assurdo non libera: vincola». Sisifo non ha ragioni assolute per il suo impegno, ma ne ha una relativa e decisiva: la sua scelta di mantener fede a sé stesso, senza appellarsi al cielo ma con «la sicurezza tutta umana di due mani piene di terra». Il Prometeo-Sisifo di Camus non è totalitario, non vuole cambiare il mondo, ma vuole cambiare la vita.
Bibliografia: Albert Camus
Révolte dans les Asturias (1936)
L'étranger (1942)
Le mythe de Sisyphe (saggio, 1942)
La peste (1947)
Le malentendu (dramma, 1944)
Caligula (dramma, 1938, 1948)
Les justes (dramma, 1950)
L'homme révolté (saggio, 1950)
La chute (1956)
L'exil et le royaume (1957)
Journal (1962-1964)
La mort heureuse (1971)